Forlì

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Forlì (Furlè in dialetto romagnolo, Forum Livii in latino, chiamata anche Forlivio, Furlì, o con varianti simili, in italiano antico) è un comune italiano di 118.167 abitanti, capoluogo della provincia di Forlì-Cesena in Emilia-Romagna.

Dopo essere stata, per quasi tutto il XX secolo, capoluogo della provincia di Forlì, nome sotto il quale era compreso anche il territorio ora facente parte della provincia di Rimini, dal 1992 condivide con Cesena il nome della provincia, della quale comunque Forlì resta unico capoluogo.

La città è nota anche con il soprannome dialettale di “Zitadon“, il “Cittadone“. Nella storia è stata anche chiamata con il nome di Livia.

Forlì è situata nella regione storica della Romagna, di cui è, come dice Dante nel De Vulgari eloquentia, “meditullium”, cioè l’area centrale. Questo primato è, in parte, anche linguistico, nel senso che il forlivese costituisce il dialetto romagnolo tipico: nelle altre parlate, a mano a mano che ci si allontana dal centro della regione linguistica, si vanno via via perdendo alcune delle caratteristiche.

La città, fondata secondo la tradizione nel 188 a.C., nel 2012-2013 festeggia i suoi 22 secoli di vita. Lo storico Sigismondo Marchesi, comunque, retrodata la fondazione al 208 a.C.

Secondo la tradizione il segno zodiacale di Forlì è il Capricorno.

Geografia

Forlì sorge nella pianura padana, più precisamente in Romagna, a pochi chilometri di distanza dalle prime colline del Preappennino Tosco-Romagnolo e a circa 30 chilometri dalla riviera adriatica. La periferia è bagnata dal fiume Montone, che presso il quartiere Vecchiazzano riceve le acque del fiume Rabbi, per poi lambire le mura urbane presso Porta Schiavonia, e dal fiume Ronco che attraversa l’omonimo quartiere periferico della città.

Attraversata dalla Via Emilia, dista 63 km da Bologna, 14 km da Faenza e 19 da Cesena, mentre tramite la via Ravegnana è unita a Ravenna che dista circa 25 km; Firenze, attraverso la statale Tosco-Romagnola, è distante un centinaio di chilometri.

Monumenti e luoghi d’interesse

Architetture religiose

  • San Domenico: soppressa per volere di Napoleone nel 1797, la grande chiesa di San Giacomo Apostolo era il fulcro dei domenicani della città, che, già a partire dal Trecento, eressero un convento che, dopo secoli di abbandono, di recente è stato restaurato e ora accoglie mostre ed esposizioni di livello internazionale. È anche sede della Pinacoteca e dei Musei civici.
  • San Tommaso di Canterbury: chiesa scomparsa in tempi antichi, già nei pressi dell’attuale corso Garibaldi. La parrocchia del Duomo prende il nome di San Tommaso Cantauriense benché la cattedrale sia dedicata alla Santa Croce.
  • Basilica di San Pellegrino Laziosi, o Chiesa dell’Ordine dei Servi di Maria: santuario celebre perché ospita le spoglie mortali di San Pellegrino Laziosi, santo patrono dei malati di tumore, di AIDS e di malattie incurabili in genere. È stata insignita del titolo di basilica da Paolo VI.
  • Chiesa del Carmine: a metà strada di corso Mazzini, fulcro del Rione San Pietro, è nota per il bel portale in marmo (secolo XV), opera di Marino Cedrini.Di origine trecentesca, è stata completamente ristrutturata tra il 1735 e il 1746 su progetto di Giuseppe Merenda.
  • Chiesa e Monastero del Corpus Domini
  • Chiesa di San Biagio

Chiese scomparse

Numerose sono le chiese, sia nel centro cittadino che all’interno del suo comune, che sono scomparse nel corso dei secoli. La scomparsa di tali edifici religiisi ha molteplici motivazioni, le principali rintracciabili nelle devastazioni causate da guerre a seguito delle quali non è stata approntata alcuna riedificazione, nonché nella soppressione di ordini religiosi o nel riutilizzo degli edifici ad uso diverso da quello religioso.

I Cimiteri

Un posto a sé, per l’importanza sia religiosa sia civile, meritano i cimiteri:

  • Cimitero Monumentale di Forlì
  • Cimitero degli Indiani
  • Cimitero degli Inglesi

Le mura

Come in numerose altre città italiane, a Forlì le mura cittadine furono quasi totalmente rase al suolo all’inizio del ‘900 per poter liberare nuovi spazi da dedicare all’edilizia e permettere lo sviluppo della città al di fuori dell’antico nucleo cittadino. La demolizione delle mura fu quasi totale, e solo alcuni tratti dell’antica cinta muraria tuttora sopravvivono. Lo spazio liberato ha fornito la superficie per l’edificazione di tratti stradali che oggi costituiscono i viali di circonvallazione.

È possibile identificare la presenza di tre diverse cerchie murarie che rappresentano i diversi stadi evolutivi dello sviluppo del nucleo cittadino.

La prima cinta muraria, di origine alto-medioevale, verosimilmente insisteva sul tracciato delle fortificazioni della città romana. Poiché lo sviluppo della città durante i secoli a cavallo tra antichità e medioevo fu di rilevanza modesta, è ipotizzabile che tale tracciato sia rimasto immutato per lungo tempo. Le tracce di tale cinta muraria sono difficilmente distinguibili, ma è ipotizzabile si estendesse a difesa dell’attuale Borgo Schiavonia, racchiudendo le zone comprese tra le attuali Via Castello, Via Maroncelli lasciando invece San Mercuraile fuori dalla città. Lo sviluppo della città e l’importanza assunta da Forlì a partire dal XII secolo rendono evidente l’esigenza di dotarsi di una nuova cinta difensiva.

Nel corso del 1100 viene deciso perciò l’ampliamento della cinta difensiva, fino ad includere l’Abbazia di San Mercuriale. Vengono edificate quattro porte d’accesso che a loro volta identificano quattro quartieri: Santa Croce, San Biagio, San Pietro e San Mercuriale.

Il terzo sistema difensivo si organizza nel XII secolo e sancisce la suddivisione in borghi, dei quali per importanza emergono i quattro tracciati stradali che sono ancora esistenti: Borgo san Giacomo con via de’ Cotogni (corrispondenti rispettivamente all’attuale Borgo Cotogni e Corso della Repubblica), Burgus de Calendulis (nell’attuale via Allegretti), Borgo dei merloni e Borgo Ravaldino (attuale Corso Diaz), Borgo Schiavonia (attuale Corso Garibaldi), Borgo San Mercuriale e Borgo san Pietro (attuale corso Mazzini). Fu questa cinta muraria che subì l’abbattimento voluto da Guido da Monforte nel 1283.

Le porte

Sebbene non ve ne sia rimasta traccia, è ovvio pensare che la Forlì dell’epoca romana fosse cinta da una cerchia difensiva e che fosse possibile accedere all’interno della città attraverso specifiche porte o quantomeno attraverso valichi sorvegliati. Non è possibile indagare sia l’evoluzione che la struttura della primitiva cerchia difensiva, così come non è possibile identificare il sistema difensivo nell’alto medioevo, se non ipotizzare, tramite i toponimi locali sopravvissuti, il percorso delle mura e la localizzazione delle porte medioevali. Per citare un esempio, la tradizione tramanda il nome di porta Merlonia, vivente nel nome della via che da essa prese il nome, probabile porta della cerchia muraria altomedievale. È comunque necessario precisare che con il passare delle epoche e a seconda delle esigenze del momento, era abbastanza comune aprire nuove porte e chiuderne altre, a seconda delle necessità. Così facendo di molte porte si è perso il ricordo, di altre rimane il toponimo e solo delle più importanti e delle più fortunate ne permane il nome, la descrizione o la struttura.

Secondo la Descriptio Romandiolae del cardinale Anglico de Grimoard nella città di Forl’ sunt quatuor porte magistre, que custodiuntur: Ravaldini, Cudignorum, San Petri, Clavanie…. Ma nella toponomastica antica di Forlì si comprendevano i nomi di altre porte che Francesco Ordelaffi fece abbattere o rinforzare: Porta Merlonia, Porta San Biagio (poi chiamata Saanta Chiara e chiusa nel 1356 da Francesco Ordelaffi) e Porta della Rotta, tutte queste facenti parte dell’antico circuito difensivo romano. In epoca alto-medioevale, con l’ampliamento della cinta muraria, vennero aperte nuove porte. Vengono tramandati i nomi di Porta Liviense, Porta di Santa Croce e Porta San Mercuriale.

Le porte che si aprivano verso ad occidente del ponte dei Morattini, in direzione Faenza,erano due: Porta liviense (detta anche Valeriana) che sorgeva in fondo a via dei Battuti Verdi, ed attraverso la quale passva l’antica via Consolare, e Porta Shiavonia. La prima venne chiusa da Francesco ordelaffi nel 1356 durante l’assedio dell’Albornoz ed, in tale occasione, venne anche abbattuto il ponte che varcava il fiume Montone. Né la porta né il ponte furono mai più riaperti, così l’antico percorso della strada consolare fu dirottata in direzione di Porta Schiavonia.

Le porte più importanti, che hanno segnato la storia della città e sono legate alla cinta muraria eretta tra la metà del XV secolo e gli inizi del XVI sono 4: Porta Schiavonia, Porta San Pietro, Porta Cotogni e Porta ravaldino. Di queste, solo Porta Schiavonia è arrivata ai nostri giorni.

Porta San Pietro: collocata sulla strada per Ravenna, sorgeva in fondo all’attuale Corso Giuseppe Mazzini, un tempo chiamato Borgo San Pietro. Presentava un vera e propria rocca fortificata ed in questa vi fu trattenuta prigioniera Caterina Sforza ed in suoi figli dai congiurati che avevano assassinato Girolamo Riario.

La porta si apriva su uno dei contrafforti delle mura e la rocca, posta al suo fianco, rafforzava la sorveglianza sulla porta. La rocchetta, di cui si ignora la data di costruzione, era il baluardo del lato settentrionale della città e già nel XIV secolo la porta si ergeva con il nome derivante dalla vicina chiesa di San Pietro in Scottis, oggi scomparsa. Nel 1360 la porta fu parzialmente demolita dall’arrivo dell’Albornoz, mentre rimaneva attiva la rocchetta che ospitò Caterina Sforza nel 1488 dopo l’uccisione di Riario ordita dalla famiglia Orselli. Ulteriormente atterrata poi nel 1741 e rimase intatto solo il mastio della rocchetta. Si sa che nel 1764 la porta vera e propria era murata e l’ingresso avveniva direttamente attraverso un’apertura effettuata nella rocca che fungeva da porta civica. Nel 1862 gli ultimi avanzi della porta e la rocchetta furono demoliti per far posto alla nuova porta urbana, definita Barriera Mzzini, che l’ingegnere Callimaco Missirini, costruitala a spese del comune, disegnò in forme neoclassiche e che fu aperta al transito il 5 giugno 1864. Venne utilizzata come sala d’attesa per la tramvia che univa Ravenna a Meldola e, dal 1901, fu usata come ufficio postale. Questa porta fu completamente rasa al suolo nel primo bombardamento aereo subito dalla città nella seconda guerra mondiale il 19 maggio 1944 e non venne più ricostruita.

È importante notare come in tempi più antichi l’uscita in direzione di Ravenna avveniva tramite la Porta di Santa Chiara, di cui oggi rimane solo un piazzale a lei dedicato.

Porta Cotogni: la porta sorgeva su quella che era chiamata Strada petrosa, poi Borgo Cotogni, poi più recentemente Corso Vittorio Emanuele ed attualmente Corso della Repubblica ed era a sorveglianza della strada in direzione di Cesena. Fino ai primi anni del XX secolo ospitava la porta daziaria, per poi essere sostituita, durante il Ventennio, dagli edifici gemelli Benini.

Le cronache ricordano come spesso le parate ed i solenni ingressi in città avvenivano per porta Cotogni; fra questi l’ingresso di Giulio II e dei Riario

Fino al 1825 presso la porta era collocato il busto del cardinale Stefano Augustini, ora collocato presso la pinacoteca.

La Barriera e gli annesi fabricati vennero costruiti su disegno dell’architetto Giacomo Santarelli nel 1825, in seguito alla demolizione dell’antica Porta Cotogni, ed assunse il nome di Barriera Vittorio Emanuele ed assunse la funzione di porta daziaria.

Nel 1906, con l’avvio degli scavi per la costruzione degli impianti dell’acquedotto, vennero scoperti i resti e le fondamenta del torrione e delle aree ficine fortificate.

Porta Ravaldino: era la porta che apriva la strada verso San Martino in Strada e da lì a Firenze. La porta si trovava alla fine dell’attuale Corso Diaz, ma fino al ‘300 la cinta muraria era più arretrata e la porta si trovava circa a metà dell’attuale corso e si chiamava Porta Merlonia. Tra Ottocento e Novecento aveva anche il nome di Barriera Aurelio Saffi.

Al termine di corso Diaz, sul lato sinistro, sorgeva una rocca, detta Rocca Vecchia, perché in seguito demolita ad eccezione di un torrione che sopravvisse fino al ‘600. È probabile che fosse chiamato anche Ravaldino, da cui il nome della porta e della rocca, che tuttora esiste, e che si chiama Rocca di Ravaldino. Fonti diverse affermano che il nome deriverebbe dal castello che sorgeva nell’attuale frazione di Ravaldino in Monte, a circa 10 km dalla città.

Secondo la cronaca del Novacula la porta fu edificata nel 1494 per volere di Caterina Sforza che investì il consiglio degli anziani nell’esecuzione dell’opera. La costruzione della porta con la tracciatura di un fosso che giungeva fino alla Torre dei quadri, si rese necessaria in occasione del campo posto dai francesi presso San Martino ed in altre frazioni vicine.

La porta fu poi lasciata andare in disuso e, non più soggetta a manutenzione, cominciò a crollare. Nel terremoto del 1870 subì ultriori danni e diventata pericolante nonché pericolosa, se ne decise l’atterramento della parte centrale. Vennero lasciati in piedi i fabbricati necessari a mantenere attivi gli uffici daziari, sostituiti dalla nuova barriera, chiamata Barriera Saffi, edificata nel 1874 su disegno dell’ingegnere Gustavo Guerrini.

A cavallo poi degli anni ’30, fu demolita anche la barriera per sistemare il palazzo secondo le linee del piano regolatore che prevedevano un ampliamento della città oltri confini della vecchia cinta.

  • Porta Schiavonia. L’unica sopravvissuta al tempo. Sorvegliava la strada in direzione di Faenza. I passato era affiancata da torrioni che la proteggevano. È probabile che sorga sul luogo dove anche l’antica città romana apriva la propria strada in direzione di Faenza.

Aree naturali

  • Parco di via Dragoni
  • Parco della Resistenza
  • Parco Urbano Franco Agosto

Fonte

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